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lato posteriore della reggia di Venaria, fotografata dai giardini interni.

Spring Break 2026: Web Scriptum alla scoperta dei territori Sabaudi

Ogni due anni, ci ritiriamo dalla scena B2B per tre giorni (non sono tanti dai) per dedicarci a un refill di cultura e storia. 

Ci piacerebbe dire che rallentiamo, ma in realtà sono tre giorni in cui corriamo di più di quando lavoriamo in ufficio e lo puoi vedere dalle nostre occhiaie questa settimana. 

Per questa edizione siamo andati a Torino e la tabella di marcia è serrata ma non ci facciamo spaventare. Il programma dei tre giorni prevede:

Scaletta dei tre giorni nelle lanhe: Primo giorno: visita alla cantina di Fontanafredda e sauna calda Secondo giorno: geroglifici e gelato Terzo giorno: Reggia Venaria e particolari abitudini

Leggi tutto l’articolo se vuoi un piccolo gioco divertente direttamente dall’Egitto del 3000 a.c.

Partiamo carichi, dobbiamo raggiungere Fontanafredda per le 11:00 ma alle 09:45 siamo già lì, a richiedere i nostri calici per la degustazione.

Siamo nella patria del Barolo e Francesca ci accoglie narrando della passione del nostro Re Vittorio Emanuele II per il vino e – tenetevi forte – per una donna.

Eh si perché il fondatore di Fontanafredda era tutt’altro che freddo: già sposato si struggeva per la “Bella Rosina”, definita la Cenerentola delle Langhe per l’incredibile salto sociale da popolana ad amante, e poi sposa, del primo Re di Italia. Il frutto del loro amore,il figlio Emanuele Alberto, eredita la tenuta e la porta al massimo del suo splendore.

Sommersi da botti di rovere più alte della nostra Sissi e cunicoli alla V per vendetta particolarmente apprezzati dalla claustrofobia dell’Anto, ci siamo fatti una cultura sulla differenza tra Nebbiolo e Barolo.

Ovviamente non potevamo non chiederci, perché il nome Fontanafredda. La risposta risiede in una fonte di acqua freddissima che si trova proprio sotto alla tenuta, motivo della sua terra così fertile.

Siamo in un caso di naming toponimico, la strategia di marketing che assegna a un brand o prodotto il nome di un luogo geografico. Nella sua semplicità è probabilmente la più antica — e più onesta — del mestiere: non servono brand purpose, mission evocative che sotto non hanno nulla e manifesti d’identità da venti pagine.

In questo caso specifico il naming geografico si unisce a quello descrittivo con una semplicità folgorante: l’associazione di primo livello è la più banale che ci sia (fontana per la fonte d’acqua fredda) mentre quella di secondo livello arriva da sola, senza bisogno di nessun copy a spiegarci, e il vino ne eredita l’idea di freschezza.

Il bello? È che funziona ancora. Identico, dopo secoli, mentre nel mondo della comunicazione ci ostiniamo a reinventare la ruota ogni sei mesi.

A seguito della visita alziamo i calici pronti per la degustazione.
E se è vero che in Vino Veritas, in Scriptum bibimus.

Cin Cin!

Lasciate le dolci colline delle Langhe arriviamo nel nostro hotel Palazzo Bellezia, nel Quartiere del Quadrilatero Romano. Tra le sue suites di design contemporaneo si nasconde molto di più di quanto sembra. Abbiamo incontrato qui la nostra best friend del fine settimana: la spa interna, particolarmente amata dalla Rebbi.

Il secondo giorno tra geroglifici e gelato

Il Museo Egizio

La visita ci porta a ripercorrere la storia degli egizi attraverso le loro tombe. Un po’ inquietante, ma allo stesso tempo affascinante.

Abbiamo incontrato un’archeologa che ci ha spiegato che gli egizi, oltre alla passione per i loro gatti e per i loro morti, avevano una passione sfrenata e incontrollabile per un’altra attività: il saccheggiare tombe.

Ebbene si. Erano più veloci a depredare le tombe di quanto sia Remo a risolvere i problemi in ufficio, lasciando solo due tumoli integri nei secoli, che ci donano tantissimo materiale.

Nello specifico la tomba esposta a Torino è quella di Kha e Merit, importante architetto reale e sua moglie. Viene trovata intatta nel 1905 dalla missione italiana di Ernesto Schiaparelli a Deir el-Medina (Tebe), conteneva un corredo di oltre 460 reperti perfettamente conservati.

Qui tre cose che ci sono rimaste impresse:

Sarcofago di Merit

Il monumentale sarcofago esterno di Merit è un esempio di architettura funeraria antropomorfa in legno.

Braccialetti e monili di Merit

I gioielli, i braccialetti e gli elementi di oreficeria che componevano l’ornamento di Merit testimoniano l’alto status sociale e la ricchezza della coppia.

Trucchi e porta Khol

All’interno del cofanetto per la cosmesi di Merit sono stati rinvenuti numerosi contenitori in alabastro, vetro, corno e faïence contenenti residui di unguenti, profumi e kohl.

Ci ritroviamo con un’ora libera per girovagare nel museo: e dove poteva andare un’agenzia di comunicazione, se non dritta al terzo piano interamente dedicato alla scrittura?

Diciamo che non è stata esattamente una scelta sofisticata, più un riflesso da nerd della comunicazione, che ci fa entusiasmare per un naming riuscito come fosse una finale di Champions.

Senza scomodare la semiotica — rischieremmo di annoiare pure Umberto Eco — ci limitiamo a dire che certi geroglifici si leggono esattamente come un rebus: pittogrammi da scomporre per suono, non per significato.

 

Gli egizi, va detto, erano maestri di iconografia molto prima che qualcuno inventasse l’espressione “storytelling visivo”: il geroglifico funziona su più livelli di senso e suono contemporaneamente, proprio come alcuni copy creativi di oggi. Pensate alla campagna Esselunga “Generale Gentiluovo” che gioca con i due livelli di senso.

Vi lasciamo un premio se avete letto fino a qui senza andarvene: il nome della web in geroglifico!

Clicca sull'immagine per vedere come avrebbe scritto il tuo nome uno scriba del 3000 a.c.

Gelatiamo insieme a Marchetti

Per il pranzo esportiamo il “Giovedì sushi” a Torino e andiamo da Arcadia, un raffinato sushi-bar giapponese che si pone come alternativa alla cucina tradizionale torinese.

Una scelta coraggiosa perché non a tutto il nostro ufficio piace questa cucina.
Ma la creatività richiede coraggio no?

 

Il locale è in stile ottocentesco e deriva da una chiesa sconsacrata che però, è riuscita a fare il miracolo: accontentare i vari palati della Web tutt’altro che semplici, grazie al suo menù tradizionale che accompagna quello di sushi.

 

L’esperienza del pomeriggio è all’insegna del gelato da Alberto Marchetti. In Web possiamo vantare il maggior appassionato di gelati di Reggio e provincia: Remo Romano, che finalmente si è riconnesso con la sua amata nocciola, creandola direttamente con le sue mani.

 

Si, perché l’esperienza era produrre alcuni gusti tipici di gelato: ci siamo dilettati con lo zabaione, il nocciolino, il bunet e il gelato alla pesca.

Il più buono? Non ci crederete mai ma quello alla pesca senza lattosio ha sbaragliato la concorrenza, nonostante qualche imprevisto con le bilance. Provare per credere.

Il giardino non tanto segreto di Reggia Venaria

Ridendo e mangiando siamo arrivati all’ultima tappa del nostro viaggio, che ci ha portati in un’altra magione intrecciata alla casata reale italiana: la Reggia di Venaria.

Parte dell’umilissima collezione di ville e regge dei Savoia, è stata adibita a tenuta di caccia per svariati anni. Tra le varie collezioni di oggetti ci siamo sentiti in un film della Disney dove abbiamo incontrato anche un candelabro e un orologio molto particolari.

L’influenza della caccia si sente grazie ai colorati affreschi di Diana, la Dea della Caccia, insieme alle svariate armi e alle corna di cervo in esposizione.

In linea con l’atmosfera della tenuta, abbiamo dato il via a una competizione tutta nostra: la caccia disperata a una panchina e a un po’ d’ombra nei giardini. Perché, parliamoci chiaro, a quell’ora più che giardini di Diana sembravano le fiamme degli inferi di Ade.

Tornati all’interno ci siamo rinfrescati nella Grande Galleria che, insieme ai giardini, ci ha fatto respirare l’aria di Bridgerton – una di noi presa dall’entusiasmo ha addirittura comprato il primo romanzo della serie.

L'ultimo pranzo

Il nostro viaggio si conclude come è iniziato: mangiando. Avevamo tre menù per non farci mancare niente. Uno senza lattosio, uno vegetariano e uno tradizionale. Spoiler: stavolta il senza lattosio non ce l’ha fatta.

5 cose sconvolgenti scoperte in questo Spring Break

  • Nel 1600 non si lavavano e facevano la skin care con il mercurio. IL MERCURIO.
  • La Blanca è iperattiva quando si diverte.
  • Un Bucintoro in una scuderia. Non proprio il posto dove ti aspetti di trovarlo.
  • I risotti senza lattosio non sono mai una buona idea.
  • Diffidare di Daniel per cercare i benzinai, ha altre qualità.

Cosa ci portiamo in agenzia?

Tanta ispirazione ma,sopratutto, un santino.

La raffigurazione del dio Ibis Thot, dea di tutte le forme di scrittura e protettore degli scribi e – per estensione – di tutti i creativi, ci porterà fortuna nei prossimi progetti. Almeno speriamo.

Qui a lato una raffigurazione di sua maestà Ibis Thot.

Statuetta raffigurante un ibis, uccello collegato al dio della scrittura e protettore degli scribi

Lo Spring Break si conclude qui, ma non temere.
Continua a seguire il nostro sito e i nostri social per non perderti le prossime avventure.

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